goodbye
gud-BAIArrivederci
In italiano ci accomiatiamo diversamente secondo il contesto: «arrivederci» quando non diamo del tu, «ciao» tra amici, «a dopo» se ci rivediamo presto. Diverse lingue fanno una scelta simile: il portoghese di questa pagina preferisce proprio un leggero «até logo» invece di un addio pesante. Qui trovi come si dice «arrivederci» in 26 lingue, con l'audio, insieme ai suoni più ostici per un italiano e a quelli già familiari.
goodbye
gud-BAIArrivederci
«Arrivederci» in italiano non chiude i rapporti: significa letteralmente «al rivederci», più vicino a un «a presto» che a un addio definitivo. Il portoghese «até logo» — «fino a dopo» — funziona allo stesso modo, ed è quello che compare in tabella al posto del più cerimonioso «adeus», riservato ai distacchi lunghi.
Il tedesco «Auf Wiedersehen» è invece più formale del nostro «arrivederci», da riservare a negozi e uffici; con amici i tedeschi usano «Tschüss». Il giapponese «さようなら» (sayonara) ha una sfumatura simile: suona definitivo, quasi da film, e chi vive in Giappone lo sente raramente nella conversazione quotidiana.
Il francese «au revoir» /o.ʁə.vwaʁ/ contiene due volte la ʁ francese, prodotta in gola e non con la punta della lingua come la nostra erre: è il suono che più tradisce un accento italiano. Lo spagnolo «adiós» /aˈðjos/ ha invece una d che si ammorbidisce quasi in un «th» inglese, mentre in italiano resta sempre un'occlusiva piena; l'accento cade sulla seconda sillaba.
Il tedesco «Auf Wiedersehen» /aʊ̯f ˈviːdɐˌzeːən/ ha l'accento principale su «Wie-» e vocali lunghe che l'italiano non distingue dalle brevi. Il giapponese «sayonara» /sajoːnaɾa/ è invece più facile del previsto: la sua ɾ è un colpo di lingua quasi identico alla nostra erre debole, come in «caro».
Il primo errore è di registro: un «arrivederci» spiccicato a un amico suona buffo, tanto quanto lo sarebbe salutare così in croato, dove tra pari basta «bok». «Doviđenja» resta comunque la forma neutra da usare con chi non conosci, con l'accento sulla seconda sillaba.
Il secondo errore è di suono: si tende a pronunciare la ʁ francese come una erre italiana vibrante, mentre va prodotta più indietro, quasi raschiata. Nel turco «hoşça kalın» /hoʃˈtʃa kaˈlɯn/ capita di appiattire la vocale finale ɯ su una i italiana: è invece un suono posteriore, senza labbra arrotondate, che l'italiano non ha.
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